Pubblicato il 31/12/2019
ATTUALITÀ

Anno nuovo vita nuova?



A fine anno si ripete il rito dell’attesa. L’attesa di un passaggio, dal vecchio al nuovo. È l’attesa che rende ogni fine anno così affascinante, ma anche così illusoria. È dunque vana la speranza che l’anno nuovo sia anche vita nuova?

di Giacomo Belvedere

In quello straordinario romanzo che è  La coscienza di Zeno di Svevo, il protagonista, Zeno Cosini, segna i suoi propositi di cambiamento con la sigla U.S., ultima sigaretta. Con l’ultima sigaretta dovrebbe marcare la fine della sua vita da incallito fumatore. In realtà è un espediente per mascherare la sua sostanziale inettitudine: la sua vita è costellata di U.S. e di buoni propositi andati a vuoto. L’illusione che si possa imprimere una svolta decisa alla vita, affidandosi a un sostituto della volontà, sia esso una formula, una data o un amuleto, è difficile da sradicare.  


Come Zeno credeva nella forza magica della U.S., così noi crediamo che ogni inizio anno possa ipso facto tradursi in un nuovo inizio anche per noi. Non si capisce perché mai chi per 365 giorni non è riuscito a dare un taglio e cambiar vita, possa magicamente farlo a fine anno. Ma tant’è. In verità, cerchiamo, come Zeno, un alibi: dal momento che non riusciamo a cambiare il tempo che ci è dato, speriamo che sia il tempo cambiare noi: così la notte di San Silvestro diventa prodigiosamente la notte in cui è possibile far tabula rasa e ricominciare daccapo.


Sentiamo l’urgenza di rendere una data arbitraria (che l’anno finisca il 31 dicembre è una pura convenzione, non giustificata da alcun dato oggettivo) un momento in cui il caso si faccia destino e il fluire caotico del tempo acquisti un senso e una direzione. Per tali ragioni, ad ogni fine anno, ripetiamo il rito apotropaico di gettare via, come un capro espiatorio a cui addossare tutte le nostre colpe e fallimenti, l’anno vecchio, per presentarci al nuovo anno con una ritrovata innocenza e forza d’animo, salvo poi ricadere presto nel dejà vu e scoprire disillusi che niente di nuovo c’è sotto il sole. Eppure, ad ogni fine anno ci aggrappiamo nuovamente all’illusione del cambiamento.


Nell’ultima poesia del Canzoniere, la Canzone Vergine bella, che di sol vestita, Petrarca chiede alla Madonna di drizzare la sua “torta via” a “buon fine”. Non è un caso che la Canzone alla Vergine sia la 366esima poesia del Canzoniere: dopo 365 giorni di error, finito un anno, il 366° è il giorno in più che dovrebbe consentire finalmente la svolta. Il meccanismo mentale è lo stesso che rinnoviamo puntualmente ad ogni Capodanno: Petrarca non chiede di essere aiutato a ritrovare la diritta via, ma che la torta via diventi diritta. Così, senza alcun merito suo, restando ostinatamente abbarbicato nella via dell’errore. La sua è una preghiera che non può avere effetto.


A proposito di radici cristiane. A fine anno si ripete il rito dell’attesa. L’attesa di un passaggio, dal vecchio al nuovo. È l’attesa che rende ogni fine anno così affascinante, ma anche così illusoria. E ricadiamo, ogni volta, nell’illusione, pur sapendo che è, appunto, lusus, gioco. Per spezzare il fascino ingannevole dell’illusione, occorrerebbe che l’attesa si faccia attesa di un evento che sia un passaggio reale. Un evento che sia un “passare oltre”, che segni davvero una discontinuità.  


Questo evento, non solo teologicamente, ma anche antropologicamente, non può che essere  “pasqua”. Ma, a ben guardare, pasqua è sì il passaggio dalla morte alla vita, dalla fine a un nuovo inizio, ma il Risorto conserva le stimmate del Crocifisso: nella discontinuità c’è tuttavia una continuità. La vita nuova non fa tabula rasa di quella vecchia, la trasforma, ma non la cancella: e per questo si fa storia. E non è arbitrario contare i giorni avanti Cristo e dopo Cristo.


È questa la straordinaria attualità del messaggio cristiano, sia per chi crede sia per chi non crede. Solo se entriamo nel nuovo anno da “risorti”, con le stimmate dell’anno vecchio, sarà possibile che per noi l’anno nuovo sia anche vita nuova.

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