Pubblicato il 30/04/2019
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Primo Maggio 1947 – primo Maggio 2019: il perché di una festa dei lavoratori



Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni sul 1 maggio di Concetta La Rosa, sindacalista.


Primo Maggio 1947 – primo Maggio 2019, sono trascorsi esattamente 72 anni. La festa dei lavoratori ha origini molto lontane, la sua costituzione ebbe luogo a Parigi, il 20 luglio del 1889 al Congresso della Seconda Internazionale; la rivendicazione era quella della diminuzione delle ore di lavoro a otto.


In Italia nel ventennio fascista le oppressioni e le limitazioni delle libertà proibirono che i lavoratori si incontrassero per festeggiare, anzi, il fascismo spostò la data del 1 Maggio al 21 Aprile, che coincideva col Natale di Roma.

Soltanto nel 1945 venne ripristinata ma, fu quel primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra a rimanere impresso nelle menti e nei cuori dei lavoratori e delle lavoratrici.

Mentre uomini, donne e bambini si recavano a Portella per festeggiare, per trascorrere una giornata in spensieratezza e per ricordare il senso della giustizia, dei diritti, delle lotte intraprese dai contadini contro lo strapotere dei latifondisti vennero raggiunti dal fuoco della banda Giuliano, causando 11 morti e 27 feriti .


Ancora oggi ciò che realmente accadde quel 1 Maggio rimane avvolto nel mistero e non ha trovato ancora la verità. Sono certi gli esecutori, ma ancora sconosciuti i mandanti. Il bandito Giuliano e Gaspare Pisciotta più volte parlarono di un coinvolgimento politico fino ad ipotizzare quello dell’allora Ministro degli Interni, Mario Scelba che dal canto suo si affrettò a dire che la strage di Portella non avesse alcun rilievo politico.

Sta di fatto che quel giorno, ancora, rimane oscuro nella storia della Repubblica e che come tanti altri fatti attendiamo la VERITA’, come quella per Giulio Regeni, ricercatore e studioso italiano ucciso barbaramente in Egitto.


Da quel 1947 le condizioni dei lavoratori sono certamente cambiate e tante le conquiste, a cominciare dalla promulgazione della Costituzione che all’art. 1 recita che la nostra è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro ponendo quest’ultimo al centro del nostro ordinamento; l’art. 39 che prevede che i Sindacati possono stipulare contratti per tutta la categoria anche se rimane in parte inattuato in mancanza di leggi attuative o  come l’art. 40 del diritto di sciopero.

I sindacati negli anni a seguire furono attraversati da grandi divisioni, sarà  lo Statuto dei Lavoratori a segnare  la svolta unitaria, nel 1970 e infatti, fu in proprio in quell’anno che CGIL CISL e UIL celebrarono assieme la festa del 1 Maggio. E poi ancora divisioni.


Ormai da diversi anni i sindacati partecipano unitariamente alla celebrazione del 1 Maggio e quest’anno la scelta è ricaduta sulla città di Bologna che vedrà la partecipazione e il comizio dei tre segretari generali, Landini, Furlan e Barbagallo. Lo slogan di questo 1 Maggio è: “La nostra Europa: lavoro, diritti, stato sociale”. Sarà dedicata al lavoro ma anche all’Europa. Una Europa che ritrovi il suo spirito fondativo perchè così come è non va bene. Una Europa che ha dimenticato il valore dell’unione fra i popoli, la solidarietà, lo stato sociale, assoggettandosi alla finanziarizzazione del sistema; un sistema non più fatto da persone ma da banche, dove ciò che conta non è piu la coesione ma la divisione, gli avvertimenti, i moniti, le lettere inviate agli Stati membri affinchè adottino al loro interno misure restrittive che rispondano esclusivamente al pareggio di bilancio, alla riduzione del debito pubblico e poco importa se questo comprime l’economia del Paese e l’affermazione della dignità di ogni cittadino europeo e del diritto al lavoro; un lavoro certo, tutelato e con un salario corrispondente ai bisogni e alle professionalità.


Questa crisi, sia economica che valoriale e l’inconsistenza delle spinte di sinistra ha rappresentato l’humus dove i partiti sovranisti tentano di distruggere il valore dell’universalità dei diritti, minando il carattere della solidarietà e della fratellanza ponendo uomo contro uomo, fino a costruire muri, chiudere porti, innalzare barricate non solo materiali ma culturali.

È un abominio. Va combattuto, va sconfitto il nuovo fascismo strisciante. E nel frattempo il nostro Paese rimane fanalino di coda nell’occupazione. Una occupazione sempre più precaria nonostante i nomi altisonanti delle riforme attuate, penso al decreto dignità varato da quest’ultimo governo che, assieme ai precedenti, continuano nella politica di monetizzazione dei diritti. Non è stato reintrodotto l’art. 18 che lungi dall’essere un totem, rappresentava invece una tutela reale contro lo strapotere delle parti datoriali, eppure, sia quando il movimento 5stelle era all’opposizione sia in campagna elettorale è stato un cavallo di battaglia. Gli ultimi dati Istat riportano dello 0,1% la stima dell’occupazione e il tasso di disoccupazione rimane fermo al 58,7% e fra questi la maggior parte è fra i giovani. Per effetto di quel decreto si sono trasformati alcuni contratti a termine in stabili.


Ma i sindacati chiedono lavoro, occupazione. Una occupazione  di qualità e non solo operazioni di maquillage senza alcun effetto concreto. Cosi come una manovra finanziaria che non ha visto negli investimenti pubblici e privati, nella lotta all’evasione e alla corruzione - anche qui nomi altisonanti “spazzacorrotti” - la giusta leva su cui spingere per creare lavoro e ridurre le diseguaglianze. Anzi, siamo imbrigliati nelle liti fra partiti per portare a casa il trofeo della “promessa mantenuta” - rispetto ad un contratto di governo primo nella storia della nostra Repubblica - che discute di flat tax che provocherebbe ulteriori  diseguaglianze se si pensa ad una  equiparazione nel pagamento delle imposte fra classi sociali tradendo di fatto  il criterio della progressività che misura appunto la capacità soggettiva di ciascun cittadino in base alle proprie possibilità economiche, per non parlare della autonomia differenziata che rompe di fatto il vincolo di solidarietà statuale.


Viviamo ancora nella stagione della disintermediazione sociale; si, c’è stato qualche incontro con il Ministro del Lavoro e le organizzazioni sindacali, ma non basta semplicemente promuovere incontri, ciò che è fondamentale è attribuire ai corpi sociali potere di rappresentanza, che proviene dalla delega, altro importante spartiacque fra coloro che pensano alla democrazia diretta come l’espressione della legittimità a decidere e coloro che nella Costituzione e nella sua rappresentanza delegata trovano il proprio fondamento.


Siamo indietro e senza un colpo di reni vero verso un cambiamento che ritorni anche al passato, alle grandi e partecipate lotte, alle rivendicazioni pure per più lavoro, più salario, più diritti ci troveremo impreparati  verso un mondo del lavoro continuamente in evoluzione. Cambia lo stile di vita con le sue tecnologie e la sua innovazione ma cambia anche il modo di lavorare e cambia anche per provenienza geografica. Un mezzogiorno abbandonato che arranca e perde le sue energie migliori, i giovani e, un nord che seppure in difficoltà si confronta già con il modello di una industria 4.0.


Un lavoro spesso commissionato su piattaforme digitali penso ai rider – i fattorini del food delivery – all’e-commerce che sta già rivoluzionando il nostro modello di consumare mietendo vittime nel settore del commercio tradizionale.

E in questo mondo che cambia i morti sul lavoro aumentano nell’indifferenza di tutti i governi presenti e passati che avrebbero dovuto occuparsene, anzi, anche qua, si abbassano proprio quelle aliquote Inail che dovrebbero servire a pagare gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali in nome invece di un abbassamento del cuneo fiscale per le imprese. E’ un dramma insostenibile. Si conta che nel 2018 le morti bianche siano 703 e si sommano a quelli sulla strada e in itinere salgono fino a 1450, con un aumento nel 2018 del 9,4%.


Non posso non menzionare il lavoro delle donne che in Italia continua ad essere caratterizzato da segregazione occupazionale, da differenza salariale e impieghi poco qualificanti. Il divario di occupazione fra uomini e donne resta di oltre 18 punti, maglia nera in Europa e il reddito guadagnato dalle donne è in media del 24% inferiore a quello degli uomini. Il lavoro delle donne per il Paese è una risorsa preziosa oltre ad essere un’arma di contrasto alla violenza sulle donne. Come fondamentale è il lavoro che svolgono i tanti migranti nel nostro Paese dove purtroppo questo governo ha creato confini, inabissando l’umanità nelle acque del mediterraneo.


Il tema del lavoro in questo Paese è centrale perché centrale è nella vita delle persone. Provate a mettervi in ascolto delle persone mentre andate in giro, quando entrate in un bar o andate a fare la spesa o in qualsiasi altro posto sentirete le persone parlare di lavoro, e di tutte le sue difficolta e della necessità di sentirsi utili e vivi.

Ed è per queste ragioni e tante tante altre ancora che per ragioni di brevità – questo già è lunghissimo- non mi consente di proseguire ma che spero dia il senso della urgenza e della costanza a battersi per il lavoro, un lavoro che ci renda liberi davvero.


Per questo il primo maggio le persone, le lavoratrici e i lavoratori si ritroveranno insieme a Bologna per un’Europa di diritti, di lavoro e di stato sociale, a cui seguirà l’ormai tradizionale concertone del 1 Maggio a Piazza San Giovanni. Il lavoro è anche festa e gioia, è reunion.

E per tanti di noi, siciliani, il nostro cuore e le nostre emozioni seguiranno il corteo che si muoverà dal Casa del Popolo di Piana al memoriale della strage di Portella della Ginestra che vedrà, fra l’altro, la partecipazione del senatore Emanuele Macaluso (già  Segretario Generale della Cgil siciliana nel 1947 alla presenza di Giuseppe di Vittorio), e di Gianna Fracassi, vice Segretaria Generale della Cgil.

Buon 1 Maggio a tutte e tutti!

Concetta La Rosa, segretaria provinciale Filcams Cgil Catania

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domenica, 05 Aprile, 2020


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